Vini siciliani: una favola iniziata 4.000 anni fa

Le tradizioni vitivinicole siciliane si perdono nella notte dei tempi, influenzate dalle civiltà che ne hanno condiviso il territorio come i Greci, i Romani, i Fenici e gli Arabi i quali introdussero la tecnica della viticoltura, ma numerose testimonianze fossili fanno risalire all’età del bronzo lo sfruttamento della vite. Pare che questa crescesse spontanea già nel XII secolo A.C. e che fosse utilizzata dagli Elimi, un popolo insidiatosi presso l’estremità orientale dell’isola.


La Sicilia oggi produce oltre 7 milioni di ettolitri di vino all’anno, i suoi vigneti coprono una superficie di 122 ettari e tra le eccellenze enologiche ritroviamo 7 IGT, 23 DOC e una DOCG; insieme al Veneto, Emilia Romagna e Puglia è una delle zone più produttive d’Italia.
Molti vitigni sono autoctoni e producono vini unici e pregiati per lo più a gradazione alcolica medio alta. Tra i rossi più rappresentativi troviamo il frappato, l’Inzolia, il nero d’Avola, il nerello mescalese, e il nerello cappuccio; tra i bianchi la malvasia delle Lipari e lo zibibbo (moscato d’Alessandria).

Ogni provincia o zona della Sicilia produce vini tipici, tutti di alta qualità e mai banali.
Il siracusano produce principalmente moscati bianchi come il moscato di Noto o di Siracusa. Il Cerasuolo di Vittoria un DOCG prodotto nel siracusano è invece ottenuto da neri d’Avola e frappati.

vendemmia in sicilia
La zona di Alcamo produce vini bianchi DOC come il grecanico, il grillo, l’inzolia e il catarratto. Il DOC faro è prodotto nel messinese, mentre alle isole Eolie è attribuita la produzione del DOC malvasia delle Lipari.

Perfino la lontana isola di Pantelleria produce un brand tutto suo il passito di Pantelleria, anch’esso DOC e derivato da uve di importazione araba la zabib, che tradotto vuol dire appunto uva passa.

vigneti pantelleria
I vini siciliani della zona di Caltanissetta consistono in bianchi derivati da vigneti chardonnay e inzolia, ma anche rossi ricavati dal nero d’Avola, nerello mascalese e cabernet sauvignon; questi vini sono catalogati come riesi DOC.
Ma è il Marsala il vino siciliano più famoso in assoluto, un DOC prodotto in provincia di Trapani, battezzato con tale nome dal commerciante inglese Woodhouse, che pensò di dargli lo stesso nome del porto in cui sbarcò con la propria nave nella metà del 1.700.
Essendo questo un vino liquoroso ricavato da vigneti inzolia, grillo, catarratto bianco e pignatello, molto simile per consistenza ai vini spagnoli e portoghesi, Woodhouse ebbe la felice intuizione di proporlo proprio agli iberici, grandi estimatori dei vini invecchiati in botti di legno.

uve nero d-avola
La presenza delle esalazioni solforose dell’Etna e l’aria ricca di iodio proveniente dal mare, impedì alla filossera di attecchire sull’80% dei vitigni siciliani durante la grande epidemia della metà del 1.800, quando quasi tutti i vigneti d’Europa furono vittime del parassita.
In seguito al propagarsi dell’epidemia in un periodo in cui non esistevano insetticidi, quando si curavano le piante semplicemente con qualche antiparassitario naturale, furono necessari inserti con viti americane immuni alla filossera, per debellare il propagarsi dell’infestazione. Non essendo stati contaminati i vigneti siculi non ebbero bisogno di tale trattamento.
Per questo motivo i vini siciliani vengono anche ritenuti vini fossili, autoctoni cioè conformi al 100% alla loro naturale evoluzione avvenuta nei limiti del territorio.

L’esportazione e l’apprezzamento conferito ai vini siciliani da parte di una platea mondiale risale alla fine del 700 nel periodo dei vicerè, quando i Borboni ne avviarono la commercializzazione nelle Americhe anche se è già dalla metà del 400 che gli Aragonesi li diffondevano lungo le rotte commerciali europee.
Nonostante le tradizione millenaria della vitivinicoltura siciliana nel secondo dopoguerra, negli anni a cavallo tra il 1950 e 1960 buona parte dei contadini abbandonarono le terre per cercare fortuna altrove e pochi vigneti sopravvissero solo grazie alla nascita delle cantine sociali.
Fu solo negli anni 70 con l’introduzione del MEC (Mercato Europeo Comune) e lo sdoganamento dell’etichettatura DOC, la meccanizzazione e l’ammodernamento delle tecniche di coltivazione che i vini siciliani (in verità non solo quelli) hanno vissuto il vero boom.

Oggi i vini siciliani sono tra i più apprezzati al mondo, ma come sapranno tutti gli appassionati la qualità di un prodotto enologico non dipende solo dalla produzione. Consumare un vino sul luogo di produzione alla giusta temperatura e senza averlo gravato dagli scossoni e i traumi del trasporto, non è la medesima cosa che bere lo stesso prodotto una volta arrivato negli USA (ad esempio).
I consumatori premiano anche e soprattutto le modalità di confezionamento delle commissioni, particolarmente idonee alla conservazione dei sapori e degli aromi e della struttura, mantenuti fedeli alle proprietà chimico fisiche e organolettiche come al momento dell’imbottigliamento.

Le produzioni sicule sono ben apprezzate anche per i termini di consegna e la puntualità delle forniture; le classifiche stilate in merito al gradimento da parte dei consumatori aggiornate quotidianamente, vedono i vini siciliani costantemente tra i primi posti, a prescindere dalla specifica casa vinicola.

Ciò denota una perfetta organizzazione raggiunta dai produttori della regione, anche in tempi di accaniti confronti a livello internazionale in merito a qualità, prezzi e condizioni di fornitura.

I vini siciliani risultano essere un prodotto vincente e attualmente rappresentano un pilastro portante dell’economia isolana.

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